sabato, 21 febbraio 2009
Ragazzi, una bella notizia per tutti. E' finalmente pronto il mio nuovo sito, quindi aggiornate i vostri link (se non ne avete voglia, schiavizzate qualcuno affinché lo faccia!).

IL RISVEGLIO DI LENTH



sabato, 03 gennaio 2009
Copio Mirty e provo anch'io a fare una classifica dei dieci migliori romanzi letti nel 2008! E' stata dura, molto dura, anche perché prima di comprare un libro mi informo, quindi ad eccezione di due/tre trashbooks, ho letto solo cose interessanti. Ci provo comunque, và, aggiungo anche qualche stralcio revival delle passate recensioni:

1. ARMAND IL VAMPIRO - ANNE RICE


Ogni riga è come il verso di una poesia, ogni capitolo fa luce sul passato di quello che a parer mio è il secondo miglior personaggio creato da Anne Rice (dopo Lestat). [...] "Sento la voce di Marius quando ripeto queste parole, le ultime che avrei sentito come bambino mortale:
-Questo è l'unico sole che vedrai mai. Ma avrai a disposizione un millennio di notti per vedere la luce come nessun mortale l'ha mai vista, per strappare alle stelle lontane, come se tu fossi Prometeo, un'eterna illuminazione grazie a cui comprendere tutte le cose.-
E io, che avevo ammirato una ben più meravigliosa luce celestiale nel regno da cui ero stato scacciato, adesso desideravo soltanto che lui la spegnesse per sempre"









2. L'AMULETO DI SAMARCANDA - JONATHAN STROUD


E' scritto in maniera interessante, è ricco di humor e la sua trama non è mai scontata, come invece sembrerebbe. Sì, perché Stroud si diverte a riprendere le tradizioni classiche della wicca e dell'esoterismo in generale e a modellarle mescolandole con eventi storici che ama poi reinterpretare e ricontestualizzare sotto un'ottica più "demoniaca". Un piccolo "gioiellino" che non deve assolutamente mancare nello scaffale di un appassionato di fantasy.











3. I GUARDIANI DELLA NOTTE - SERGEJ LUK'JANENKO


Luk'janenko Sergej è un po' come Laura Iuorio nel suo "Destino degli Eldowin": rimescola le carte in tavola e il "già visto" diventa ignoto, interessante. Ma è chiaro che anche la migliore delle storie non risalterebbe senza uno stile all'altezza della situazione, ed ecco che arriviamo al pezzo forte del romanzo. Ho adorato i tempi narrativi di Luk'janenko Sergej, il suo modo di dosare sapientemente i momenti di lotta, scattosi e rapidi, con momenti puramente descrittivi, in cui viene permesso al lettore di riprendere fiato e capire cosa sta accadendo. E proprio il lettore viene plasmato dalle abili mani dello scrittore, viene mosso come un burattino e senza rendersene conto si ritrova a ragionare per assurdo, come i personaggi del libro. Insomma, un romanzo che vi consiglio e che dovete assolutamente leggere!







4. LA FORTEZZA - ANDREA D'ANGELO


Un romanzo particolare di uno scrittore particolare. Definirlo curato è dire poco, c'è uno studio di fondo di personaggi e situazioni da far invidia a qualsiasi scrittore. In questo capitolo conclusivo della sua trilogia, Andrea D'Angelo si districa abilmente nella ragnatela di eventi che ha tessuto, donando al lettore più di un'emozione. Un esempio di cosa sia il fantasy italiano.













5. LASCIAMI ENTRARE - JOHN LINDQVIST


Romanzo sopra le righe, tra il noir e il fantasy. Lo scrittore ci mostra squarci di realtà che hanno poco a che vedere col classico libro di fantasia, per questo è un'opera consigliata ai lettori meno avvezzi al genere, proprio per la mescolanza di tematiche. Un romanzo ibrido quindi, da far accapponare la pelle!













6. L'ORA DELLE STREGHE - ANNE RICE


Prosa scorrevole e barocca, descrizioni mai pesanti ma funzionali alla narrazione, scene erotiche ad un passo dal volgare ma che vengono abilmente gestite divenendo "irresistibili". Si nota il lavoro certosino dell'autrice nello strutturare e organizzare la genealogia della Famiglia Mayfair, una famiglia fatta di incesti, omicidi, suicidi e chi più ne ha più ne metta. All'inizio la mole di personaggi sembra impossibile da gestire, ma andando avanti il lettore riesce ad imprimersi nella mente i nomi dei protagonisti e dei comprimari.











7. L'OMBRA DEL VENTO - CARLOS RUIZ ZAFON


Come per tutti i casi letterari ci sono andato con i piedi di piombo. E invece sono rimasto soddisfatto da "L'ombra del Vento". Un romanzo furbo, che mi ha ricordato "Il Sentiero dei Nidi di Ragno" di Calvino (per la cruda realtà che viene mostrata, diversa dalle versioni edulcorate che recentemente abbondano nelle librerie). Ma "L'ombra del Vento" strizza anche l'occhio al "Club Dumas". I due libri hanno molto in comune: entrambi ruotano attorno al ritrovamento di un manoscritto, entrambi sono caratterizzati da intrighi e misteri, entrambi sono consigliati "a chi ama i libri". Ma se "L'ombra del Vento" all'inizio attira il lettore con la promessa di dare le agognate risposte, andando avanti nella lettura, prende una strada diversa. Lo stesso lettore si dimentica dell'implicito accordo, assuefatto alla narrazione, alla Barcellona decadente che Zafòn descrive con accuratezza maniacale.






8. PAN - FRANCESCO DIMITRI


Un romanzo eccezionale. A prima vista sembrerebbe una semplice rivisitazione del "Peter Pan" di James Matthew Barrie, invece questo romanzo è molto, molto di più. I personaggi sono quelli (Capitan Uncino, Peter Pan, Campanellino) ma hanno un background diverso, un aspetto diverso... sono reali. E come esseri reali  mangiano, bevono, fanno sesso, uccidono, possono morire. La morte quindi come disincanto, la componente essenziale del libro.











9. RAGAZZE LUPO - MARTIN MILLAR


Un romanzo geniale, come lo ha definito lo stesso Neil Gaiman (grande amico di Martin Millar). La prima cosa che colpisce è lo stile semplice ma incisivo, all'apparenza scarno ma scorrevole. Le descrizioni non sono molte, ma sufficienti a rendere appieno le ambientazioni londinesi e scozzesi (perfette, essendo l'autore originario della Scozia)."Ragazze Lupo" è un libro da assaporare lentamente e se lo dico io che di solito i libri li divoro...











10. IL VAMPIRO DI BLACKWOOD - ANNE RICE


Pagine su pagine scorrono velocemente raccontando la storia dei contadini di Blackwood, la storia dei proprietari del Blackwood Manor, con incesti, violenze e misteri. Le parti dedicate al sovrannaturale occupano rispettivamente il primo e il terzo segmento, un centinaio di pagine su seicento, una miseria! Lestat da cantore diventa ascoltatore, mentre la storia di Quinn si dipana dinanzi ai suoi occhi e prende forma, sostanza, un po' come Goblin. Una delle migliori opere della Regina!
LucaCP alle 16:22 in: recensioni libri, anne rice
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martedì, 16 dicembre 2008
C'è qualcosa di malato nel cercare ogni giorno su ebay "Anne Rice", alla scoperta di romanzi che potrebbero essermi sfuggiti. Qualcosa di molto malato.

Nel frattempo ho rivalutato il parentame. Ben due zie mi hanno dato carta bianca per i regali e io ovviamente le ho indirizzate in libreria... si prospettano tante belle letture per il nuovo anno. E senza spendere un euro, cosa che mi fa gongolare a dir poco.
In serata inizierò la lettura di "Prodigium". Da vicino la copertina mette i brividi per quanto è ben curata, ho anche notato dettagli che mi erano sfuggiti. Tra l'altro la trama sembra accattivante... mmm staremo a vedere, anche se ho una buona sensazione.

PS= Ecco i libri "vergini" che ogni mattina mi fanno "ciao ciao" dalla libreria:

Nessun Dove
I Guardiani del Crepuscolo
Gli Ultimi Guardiani

A pensarci bene quel "Ciao Ciao" suona come una minaccia... o forse sono io che sto impazzendo.
LucaCP alle 14:50 in: fantasy, anne rice, scleri giornalieri
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domenica, 16 novembre 2008
"Benvenuti a Blackwood Farm: svettanti colonne bianche, saloni senza fine, giardini inondati di sole e l'oscura, densa striscia di una palude maledetta... È il mondo di Quinn Blackwood, eccentrico e affascinante giovane tormentato, sin dagli anni dell'infanzia, da un inquietante doppio, Goblin, uno spirito che solo lui può vedere, e che nasconde risvolti ben più inquietanti di un compagno di giochi immaginario. Finché una notte, mentre Quinn, ossessionato dalla storia di un vecchio antenato ritiratosi su una misteriosa isola al centro della palude, vaga fra quelle acque limacciose illuminate dalla pallida luce della luna, ha un incontro drammatico che porrà presto fine alla sua vita terrena, segnando l'inizio della sua esistenza come vampiro. E da quando, suo malgrado, riceve il Dono del Sangue, perdendo ogni cosa in cambio di un'indesiderata immortalità, Goblin assume su di lui un controllo terrificante... In una disperata corsa avanti e indietro nel tempo, dagli anni in cui era bambino al presente di New Orleans, dall'antica Atene alla Napoli del XIX secolo, Quinn si mette alla ricerca del vampiro Lestat, l'unico che, forse, potrebbe liberarlo dallo spettro che sembra volerlo risucchiare nella nera palude e nei suoi terribili segreti..."

Ogni romanzo di Anne Rice mi emoziona come se fosse il primo. Forse ha a che fare con il suo modo elegante di scrivere, forse con la sua tecnica narrativa... non so dirlo con certezza. "Il Vampiro di Blackwood" rappresenta senza dubbio una delle sue novelle più interessanti, dopo i controversi Merrick e Marius. Il lettore viene catapultato nella palpitante New Orleans di Lestat e vorrebbe restarci in eterno. Il frinire delle cicale, l'umidità, il sole cocente, i modi di fare bohemienne dei cittadini, combattuti tra la tradizione e l'innovazione, una lotta ben rappresentata tra queste pagine. Tutti - o quasi - i personaggi della Rice sono ricchi e possono permettersi ogni lusso, eppure amano faticare per sbarcare il lunario e sono felici della loro condizione immutabile. Come tutti i romanzi, anche questo inizia con un incontro e con un racconto. Anne usa i vampiri come semplice pretesto per raccontare storie, ed è questa la cosa che più amo di lei. Si parte da una novella gotica e si arriva ad un romanzo manierista, passando per il noir e il giallo. E' l'intimità la vera protagonista delle "Cronache dei Vampiri", non i vampiri. L'intimità di una famiglia o di una congrega, l'intimità della condizione umana o sovrannaturale. Blackwood Manor riunisce tutte le sfaccettature della quotidianetà: il semplicismo dei contadini, l'ingenuità dei fanciulli, la malizia delle donne, la rudezza degli uomini. Niente viene lasciato indietro, niente viene trascurato. L'elemento occulto, in questo caso lo spirito Goblin, viene introdotto brillantemente, dapprima come entità pacifica, poi come malvagia. Segue Quinn sin dalla sua nascita; non sa da dove viene né quale sia il suo destino. Sa solo che il suo posto è accanto a Quinn. Lo segue nella sua crescita, impara a parlare grazie a lui e si ritaglia un ruolo nella grande famiglia. E quando Quinn diventa vampiro anche lui muta, diventa assetato di sangue.
Un lettore poco avvezzo alla Rice si aspetterebbe ora il classico romanzo horror con vampiri, streghe e fantasmi... peccato che non sia così. Sebbene presente sin dalle prime pagine, Goblin viene trattato come un semplice personaggio. Pagine su pagine scorrono velocemente raccontando la storia dei contadini di Blackwood, la storia dei proprietari del Blackwood Manor, con incesti, violenze e misteri. Le parti dedicate al sovrannaturale occupano rispettivamente il primo e il terzo segmento, un centinaio di pagine su seicento, una miseria! Lestat da cantore diventa ascoltatore, mentre la storia di Quinn si dipana dinanzi ai suoi occhi e prende forma, sostanza, un po' come Goblin.
Da assiduo lettore di Anne Rice, sono rimasto colpito e sconcertato dai vari crossover con "Le Streghe Mayfair", l'altra saga della Regina. Colpito nel sentire il nome di Rowan, Mona, Michael, Lasher!, sconcertato per la naturalezza con cui tutti i tasselli combacino. Non c'è nessuna discrepanza, nessuna forzatura. L'intreccio è assolutamente perfetto, come anche la prosa della Rice, qui barocca ed elegante come non mai. Le parti erotiche non mancano, ma non sono invasive come in passato, bensì funzionali alla storia, ora per descrivere l'animo intrepido di Quinn e Mona, ora per sottolineare l'ambiguità di Rebecca.
E la scena della chiesa è di una bellezza commovente: Lestat, Merrick e Quinn che ricevono il sacramento, il corpo di Cristo. Anne Rice supera la linea di confine, l'ateismo viene abbandonato definitivamente a favore della fede. D'ora in avanti le "Cronache dei Vampiri" riserveranno molte sorprese.
LucaCP alle 18:18 in: recensioni libri, anne rice
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martedì, 14 ottobre 2008
E' da un po' che pensavo di dedicare un post alla cosiddetta "letteratura di genere", ma solamente oggi, davanti all'ennesima discussione online, mi sono deciso a rimboccarmi le maniche. Diciamolo chiaramente, i detrattori sono molti, troppi, ma spesso si tratta di "non lettori", di persone che amano giudicare senza addurre spiegazioni. Online, come dicevo, si parlava della letteratura in generale, di quanto fosse superiore, di quanto fossero importanti le tematiche trattate rispetto ai volgari "romanzetti di genere".
Beh, sono contrario.
Prima di tutto perché io stesso scrivo la cosiddetta "letteratura di genere", secondo poi perché secondo me non esiste affatto la "letteratura di genere". La vogliamo smettere o no con queste assurde etichette? Fino a quando servono per orientarci negli acquisti e nei discorsi di tutti i giorni pure pure, ma ampliare il discorso coinvolgendo cose di cui si sa poco e niente non mi sta affatto bene.
Volgarmente parlando, la letteratura di genere è quella che comprende romanzi senza pretese, libercoli che hanno un solo scopo: intrattenere. Resettate quindi i cervelli, abbracciate l'ignoranza e lasciatevi trasportare dai giullareschi Caronte sino al limbo dei sensi. Siamo veramente arrivati a questo punto? Spero proprio di no. Non nego che esistano libri simili, di puro intrattenimento, ma ridurre un intero universo letterario a due parole mi sembra davvero fuori luogo.
Prendiamo come esempio la letteratura fantasy. Secondo la definizione di cui sopra, Tolkien non sarebbe altro che uno scribacchino di genere, un tale che di punto in bianco se ne è uscito con elfi e nani avendo come solo obiettivo l'intrattenimento. Addio quindi ad anni e anni di studio e di scrittura. Ma prendiamo come esempio anche Anne Rice. Ecco cosa si legge nella quarta di copertina di "Intervista col Vampiro":

"Romanzo dell'orrore, romanzo gotico, romanzo storico, romanzo filosofico, il capolavoro di Anne Rice che sfugge a ogni definizione."

Ed ecco come si definisce la stessa Anne Rice:

"Non accetto di venire considerata una scrittrice di genere, né una scrittrice commerciale, né una scrittrice letteraria. Io voglio essere tutte e tre le cose e il mio successo o il mio fallimento devono essere giudicati sotto questa luce."

Il suo punto di vista mi sembra evidente e spero sia evidente anche a chi ha letto anche solo un suo romanzo. L'avrò detto ormai decine di volte: la Rice utilizza il vampiro come metafora dell'esistenza umana, come pretesto per narrare la bellezza umana, fatta di credenze, di follia, di ignoranza ma anche di amore irrazionale. A prima vista sembra criticare l'uomo, ma i suoi romanzi non sono che una testimonianza di profondo amore per l'esistenza. E come potrebbe essere altrimenti? Avete letto la biografia di Anne Rice, le tragedie che ha dovuto affrontare? La perdita della famiglia, la perdita di quella che aveva creduto la sua non-fede, la rinascita spirituale...

Tutto questo sfugge ad una definizione. E come possiamo quindi permetterci di riassumerlo in "letteratura di genere", alla stregua di un insulto? Siamo così bigotti da giudicare letteratura solamente i grandi scrittori del passato o i recenti presunti tali osannati dalla critica? "Firmino" è letteratura e tutto il resto è noia (cit.)? Sarà che ho trovato "Firmino" una porcata immane, ma credetemi se vi dico che esiste gente che la pensa così.

Ma la colpa è anche degli esempi recenti che troviamo sugli scaffali. Gran parte dei libri di genere che spadroneggiano in libreria non valgono neppure 2 euro, eppure vendono migliaia di copie, milioni nella più sventurata delle ipotesi. Io leggo di tutto, senza pregiudizi. Leggo la Meyer, leggo la Hamilton e leggo la Rice. Ma di metterle sullo stesso livello non se ne parla! La Meyer è letteratura di evasione, che tratta anche tematiche importanti, ma che si discosta di poco da un Harmony tradizionale. La Hamilton è una scrittrice puramente di genere (tanto per usare questo simpatico termine), nel senso che mescola horror, thriller e una spruzzatina di romance in tutti i suoi romanzi. Ed è questa la sua formula vincente. Ma Anne Rice appartiene a tutt'altra famiglia. All'apparenza horror, nel profondo storia e filosofia. Non nego che nel corso delle sue saghe ci siano delle cadute di stile grossolane ed evitabili, ma nel complesso si parla pur sempre di capolavori.

Peccato che non tutti la pensino così. Fino a quando non si riuscirà ad andare oltre le comuni etichette, ogni sforzo sarà inutile. Triste, ma vero.
LucaCP alle 14:12 in: recensioni libri, anne rice
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sabato, 11 ottobre 2008
<<Dio ha fatto molti, moltissimi errori, come lui stesso di certo saprà! E sospetto che gli angeli abbiano tentato di metterlo in guardia. Il Diavolo divenne il Diavolo perché cercò di avvertirlo. Dio è amore, ma non sono sicuro che sia un prodigio assoluto d'intelligenza.>>
Stavo cercando di non ridere, però non ci riuscii. <<David, se continui su questa strada, sarai colpito da un fulmine.>>
<<Sciocchezze. Dio vuole che comprendiamo tutto ciò.>>
<<No, questo non lo posso accettare.>>
<<Vuoi dire che accetti il resto?>> Ridacchiò. << No, sono serio. La religione è primitiva nelle sue illogiche conclusioni. Immagina un Dio perfetto che tollera l'esistenza del Diavolo. No, questo non ha mai avuto senso. Il grande errore nella Bibbia è l'idea secondo la quale Dio sia perfetto. Oltre alla mancanza di immaginazione da parte degli antichi saggi, a tale equivoco va attribuita la responsabilità per ogni domanda di carattere teologico sul bene e sul male cui da secoli cerchiamo di trovare un' impossibile risposta. Dio è buono, comunque, mirabilmente buono. Si, Dio è amore. Ma nessuna Forza creativa è perfetta. Questo è chiaro.>>

[Anne Rice "Il Ladro di Corpi"]


Poesia? Alla fine ho ceduto alla tentazione, aggiunta l'etichetta Anne Rice...
LucaCP alle 21:17 in: anne rice
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venerdì, 26 settembre 2008
"Risvegliatosi da un sonno millenario, il vampiro Thorne è in cerca di una guida che lo reintroduca nel mondo attuale. Il fato lo porta a incontrare Marius, antico mentore di Lestat e amante di Pandora, il quale soddisfa la sua avida curiosità narrandogli la propria vita, un resoconto che diviene appassionata cronaca dei suoi amori, delle sue sofferenze e dei segreti finora mai svelati. La voce intima e profonda di Marius ci accompagna così attraverso i secoli, testimone diretta degli eventi cruciali della Storia. È tuttavia nel presente, nella giungla più intricata, che Marius andrà incontro al proprio destino reclamando giustizia per il vampiro più vecchio dell'universo."

Se avessi letto questo romanzo subito dopo "Merrick", probabilmente non sarei riuscito ad apprezzarlo. Non del tutto almeno. Sì, perché a differenza dei predecessori, "Il Vampiro Marius" è forse l'opera più profonda della Rice, più riassuntiva, ma anche più rivelatrice. Marius è uno dei personaggi che all'inizio avevo preso in antipatia, ma già dalla lettura di "Armand il Vampiro", forse nell'averlo visto con gli occhi del giovane Armand, avevo iniziato a rivalutarlo.
Inutile dire che nel suo romanzo c'è stata una riscossa non indifferente. Si parte dal risveglio di Thorne (uno dei meri pretesti che la Rice ama tanto inserire nell'incipit dei suoi romanzi) e si arriva alle cronache della vita di Marius. Viene saltata del tutto la sua vita mortale e messo in risalto il suo risveglio come vampiro. Da lì si giunge al suo soggiorno in Antiochia, al suo incontro con l'amata Pandora, alla sua fuga verso Venezia, nella speranza di poter vivere una parvenza di vita mortale. E' questo sogno infatti che muove le azioni di Marius e che io non avevo compreso nei precedenti romanzi. Lui è consapevole del suo essere mostro, della sua natura di abominio, ma non può fare a meno di amare e odiare la sua condizione. Un rapporto conflittuale che lo porta a cercare di vivere dapprima come mortale (a Venezia, circondato da fanciulli che vedono in lui un saggio mecenate) e ad autopunirsi per il suo essere vampiro custodendo Coloro-Che-Devono-Essere-Conservati, i genitori della oscura razza. Egli spera di espiare le sue colpe prostrandosi ai piedi di Akasha, ma non può fare a meno di sentirsi sollevato quando la Dea viene risvegliata, ai giorni nostri, da Lestat. Un fardello in meno sulle spalle o una speranza in più di potersi confondere tra i mortali?
Però, come dicevo, questo romanzo può risultare pesante. Io stesso lo avrei giudicato tale, se prima non avessi letto romanzi indecenti.

Unica nota di demerito: a differenza della versione originale, "Blood and Gold", l'edizione italiana ha come titolo "Il Vampiro Marius". E' andato quindi perso il riferimento alle catene di sangue e oro che hanno tenuto imprigionato Lestat in "Memnoch il Diavolo"... peccato.
LucaCP alle 16:50 in: recensioni libri, anne rice
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